LA FORTUNA DI PROVARE EMOZIONI DIFFICILI - Go as a river
La mindfulness ci insegna che non c’è nulla di inappropriato nelle emozioni disturbanti e che possiamo imparare a lavorare con gli impedimenti esattamente allo stesso modo in cui, seduti in meditazione, impariamo a relazionarci ai pensieri.
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LA FORTUNA DI PROVARE EMOZIONI DIFFICILI

Alcuni giorni fa mi è capitato di ascoltare una breve conversazione fra due persone, durante la quale una si metteva a nudo rispetto alle proprie emozioni difficili e l’altra rispondeva di avere la fortuna di non provarle.

 

Non ho potuto fare a meno di fermarmi per qualche riflessione, guidata da un certo senso di tenerezza.

 

Se c’è una cosa per cui sono sinceramente grata è che la pratica della mindfulness ha cambiato definitivamente i miei schemi di pensiero e, di conseguenza, il modo di relazionarmi agli eventi della vita.

 

Fortuna e sfortuna, ad esempio, sono parole che uso sempre meno, a cui associo un significato molto diverso da quello ordinario. Ma il più grande cambiamento è senza dubbio la capacità di considerare le difficoltà come un dono e di mettermi sempre più spesso nei panni dell’altro.

 

L’altro che, proprio come me, soffre. Che proprio come me, può commettere errori. Proprio come me, attraversa delle difficoltà. Proprio come me, è imperfetto e umano.

 

Mi sono soffermata a chiedermi se anche io avessi la “fortuna” di non provare alcune emozioni difficili e mi sono accorta che, no, per fortuna le provo proprio tutte. Certo, ognuno di noi ha delle inclinazioni del cuore che prevalgono rispetto ad altre, ma – sostenuti dal fatto che la pratica è un invito costante a coltivare la capacità di osservare senza giudicare e scegliere ciò che ci fa bene – è altrettanto vero che ognuno di noi ha anche tutte le risorse per addestrare il cuore.

 

Nel mio caso ho scoperto, ad esempio, di essere una discreta campionessa di rabbia e di relazionarmi con molta difficoltà all’invidia, un’emozione che mi incuriosisce e fatico a comprendere perché ho un’inclinazione molto più solida e spontanea verso la gioia condivisa. E tuttavia questo non significa che non provi mai invidia – né, tantomeno, considero meno fortunato di me chi la nutre con più frequenza, perché credo che l’unica vera fortuna risieda nella disponibilità a lavorare con gli stati mentali negativi.

 

Se alimentiamo la convinzione che non provare emozioni difficili sia un bene, non solo ci chiudiamo in un vicolo cieco di perfezionismo che ci allontana dalla realtà e ci condurrà verso la sensazione di fallimento la prima volta che sorgerà un moto di tristezza o di risentimento o delusione, ma senza accorgercene inizierà a non essere più chiaro il fatto che tutto è grazia.

 

Le incomprensioni, i conflitti, la vergogna, i dispiaceri, ogni momento di gioia o di dolore, ogni zanzara, ogni sventura, ogni semaforo rosso, ogni ingorgo stradale: come diceva Joko Beck ogni momento è il guru.

 

Quello che ho imparato in questi anni è che non c’è nulla di inappropriato nelle emozioni disturbanti e che possiamo imparare a lavorare con gli impedimenti esattamente allo stesso modo in cui, seduti in meditazione, impariamo a relazionarci ai pensieri.

 

Il problema, infatti, non è avere pensieri durante la meditazione, ma non identificarci con tutto quello che ci passa per la mente. Il problema non sono le emozioni difficili, ma che cosa ce ne facciamo e quanto siamo disposti a lasciarle essere, osservarle con interesse, non alimentarle e lasciarle andare, apprezzando il fatto che è possibile lavorare con tutto.

 

La chiave è sempre la compassione. E credo non ci sia modo più semplice di esprimerlo se non attraverso le parole di Thich Nhat Hanh:

 

Quando ci arrabbiamo, soffriamo. Se lo comprendiamo a fondo, saremo anche in grado di comprendere che quando l’altro è arrabbiato significa che sta soffrendo. Quando qualcuno ci offende o si comporta con aggressività verso di noi, dobbiamo essere abbastanza intelligenti da vedere che questa persona soffre a causa della sua stessa aggressività e rabbia. Ma tendiamo a dimenticarlo. Pensiamo di essere gli unici a soffrire, e vediamo l’altro come l’oppressore. Questo è abbastanza perché sorga la rabbia e si rafforzi il nostro desiderio di una punizione. Vogliamo punire l’altro perché noi soffriamo. Dunque, c’è della rabbia in noi, c’è dell’aggressività proprio come nell’altro. Quando vediamo che la nostra sofferenza e la nostra rabbia non sono diverse da quelle dell’altro, possiamo agire con più compassione. Quindi comprendere l’altro vuol dire comprendere se stessi e comprendere se stessi vuol dire comprendere l’altro. Tutto deve iniziare da noi.

 

Buona fortuna e buona pratica!

 

Valentina Giordano

Mindfulness & MBSR Teacher del Center for Mindfulness della University of Massachusetts Medical School, Valentina pratica e insegna con entusiasmo rivolgendosi ad adulti, bambini, adolescenti, scuole e aziende. Da questa passione nasce il suo progetto di mindfulness www.goasariver.com.

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