MEDITAZIONI LUNGO IL CAMMINO DI SANTIAGO - Go as a river
Mi piace pensare al Cammino di Santiago come una lunga meditazione camminata, un modo di trasferire la consapevolezza in azione.
Cammino di Santiago
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MEDITAZIONI LUNGO IL CAMMINO DI SANTIAGO

Non ho percorso il Cammino di Santiago perché avevo il cuore spezzato, ma in molti modi è stata una cura per il mio cuore.

~ Jane V. Blanchard

 

 

Sono rientrata a casa da pochi giorni, dopo aver trascorso l’ultimo mese lungo il Cammino di Santiago.

 

Lo confesso, ho un debole per i viaggi in solitaria. Mi permettono di entrare davvero in intimità con me stessa e sperimentare la vulnerabilità, aprire il cuore e connettermi con il mondo. Quando si viaggia da soli si perdono un po’ le certezze, si dissolve l’immagine costruita di chi siamo e si è più disposti ad incontrare noi stessi e l’altro.

 

Andare in giro per il mondo, oggi, è più diffuso e accessibile che mai e talvolta il viaggio diventa una fuga dai propri sentimenti di irrequietezza, dal sentirsi inadeguati rispetto alla realtà in cui si vive, o dal desiderio di trovare delle risposte.

 

Credo tuttavia che, qualunque sia la spinta che ci porta a viaggiare, ad allontanarci da ciò che è confortevole e familiare, ogni viaggio sia una straordinaria occasione di crescita personale, se solo siamo disposti a vivere l’esperienza momento per momento, con il giusto atteggiamento.

 

Mi piace pensare al Cammino di Santiago come una lunga meditazione camminata, un modo di trasferire la consapevolezza in azione.

Ogni tanto riguardo la cartina della Spagna e sorrido incredula, con un enorme senso di gratitudine per il mio corpo, che mi ha permesso di camminare per oltre 700 km, attraversando 4 diverse regioni, da Saint Jean Pied de Port, al confine con i Pirenei, fino a Muxia, sull’oceano, passando per Finisterre dopo aver raggiunto Santiago.

 

Questo non è un diario di viaggio: colori, profumi, incontri e sensazioni restano nel cuore ed è difficile esprimerli a parole.

 

Il Cammino, però, mi ha offerto intensi momenti di pratica e sono alcuni degli insegnamenti che ne ho tratto che mi hanno dato l’ispirazione e che condivido qui con voi.

 

Buona lettura!

 

#PROTEGGERSI

Ci sono dei pattern nelle nostre vite, dei modelli abituali che ripetiamo più e più volte e che talvolta diventano un’abitudine. Il grande dono della pratica è di sviluppare una chiara visione e diventare intimi con noi stessi, imparando a conoscerci meglio, e questo ci permette di vedere con più chiarezza quali sono i nostri pattern.

Tra i miei modelli abituali vi sono i grandi slanci, imprese che inizio guidata da un enorme entusiasmo prendendo decisioni di pancia. E benché la mindfulness mi abbia reso più calma e riflessiva, permettendomi di lavorare sui miei pattern, il mio Cammino è cominciato secondo il caro e familiare modello degli inizi con grande slancio.

Così, con un’ora di sonno alle spalle, mi sono svegliata nel cuore della notte per raggiungere l’aeroporto di partenza, salire sul primo volo all’alba, raggiungere la piccola cittadina francese di Saint Jean Pied de Port e prendere di petto i Pirenei. Circa 7 ore di cammino con uno zaino da 10 kg sulle spalle e un dislivello di 1400 m sotto il sole, che mi hanno portata a svenire appena arrivata in terra spagnola.

Il mio critico interiore ogni tanto mi rimprovera ricordandomi che insegno mindfulness e forse potrei vivere con un po’ più di saggezza, e tuttavia il bello di andare in vacanza è che mando in vacanza pure lui, e questo mi permette di essere semplicemente una ragazza che ha voglia di vivere e di poter sbagliare, perché è proprio dai nostri errori che possiamo crescere e imparare qualcosa.

Il mio primo giorno di Cammino mi ha portato tanti insegnamenti: che la bellezza è ovunque, quando coltiviamo uno sguardo bambino; che vivere solo nella mente (nei propri pensieri) o solo nel cuore (nel proprio entusiasmo) ci isola dal corpo e che tuttavia il nostro corpo registra ogni esperienza e, che noi lo si voglia o no, ci manda dei segnali molto chiari e ci ricorda quando dobbiamo fermarci.

Più di tutto, la lezione di questo primo giorno è: imparare a proteggersi.

Nel Cammino, come nella vita. Laddove proteggersi non significa chiudersi, irrigidirsi, arroccarsi nelle proprie certezze, separandoci dall’esperienza e dagli altri, ma piuttosto volerci bene e prenderci un po’ cura di noi, ricordandoci i limiti dell’essere umani.

È bene che me lo ricordi per i prossimi giorni di Cammino, e per tutte le volte che me ne vado in giro per il mondo “a cuore aperto”, lasciando che tutto mi attraversi intensamente.

 

Pratica del giorno: QI GONG, PERICARDIO

Tra i 12 meridiani, quello del pericardio (elemento fuoco) mi affascina molto.

Il pericardio è una membrana sottile che riveste il cuore con il compito di proteggerlo. Il suo disequilibrio può far sì che noi si viva con una corazza attorno al cuore, senza lasciare che la vita ci tocchi, o al contrario che non ci si protegga abbastanza, così che tutto ci penetra con troppa intensità.

Iniziamo assumendo la posizione corretta, la testa appesa al cielo con un filo, il coccige cade verso la terra, le ginocchia leggermente piegate. Inspirando portiamo le mani all’altezza dei capezzoli, i palmi rivolti al cielo. Espirando stendiamo le braccia e le mani in avanti andando in torsione verso un lato ed inspirando torniamo al centro e richiamiamo i palmi rivolti al cielo all’altezza dei capezzoli. Partiamo da sinistra e ripetiamo per 7 volte.

 

#PERCHÈ SONO QUI?

Ho fatto amicizia con Arlene, una straordinaria donna canadese sulla cinquantina che mi ha soccorso la prima sera e con cui, in meno di 24 ore, ho condiviso il letto, i cerotti, sorrisi e pianti.

Il Cammino di Santiago è una bellissima occasione per accogliere il pianto: lacrime di stanchezza, di bellezza, sollievo, gioia, tenerezza, rivelazione, dolore.

Credo che piangere rimanga uno dei lussi che dobbiamo imparare a concederci, assieme a quello di annoiarci. Bisogna proprio ritagliarsi del tempo per farlo, deliberatamente, con intenzione. Altrimenti ci sembra di avere sempre qualcosa di più importante da fare, o che non sia mai il momento opportuno, e finiamo per smettere di piangere. Sarebbe un peccato, come smettere di sorridere.

È un po’ come lavare i vetri, piangere: anche i nostri occhi talvolta hanno bisogno di essere lavati dalle lacrime, così da tornare a vedere la vita con maggiore chiarezza.

Arlene porta sul cuore cicatrici ancora aperte, e fatica a concedersi qualche lacrima. Si scusa ogni volta che sente di avere gli occhi lucidi, con vergogna, giudizio, senso di inadeguatezza.

Quando mi chiede il permesso di piangere, sorrido ricordandole che ha tutto il mio appoggio.. ma a volte siamo noi stessi a negarci il permesso. Di piangere, di fallire, di essere vulnerabili. Possiamo ammorbidirci. Possiamo fallire. Possiamo piangere.

Finalmente sorride, fa una lunga pausa e poi si lascia andare in un pianto lungo e liberatorio. Mi confessa che nelle ultime 24 ore non ha fatto altro che ripetersi la stessa domanda: perché sono qui?

Questo Cammino inizia a prendere la forma di un percorso di mindfulness, ed io sorrido pensando a quante volte ho ripetuto ai partecipanti dell’MBSR questa domanda e a quante l’ho chiesto a me stessa nelle ultime ore.

“Non smettere di domandartelo, Arlene. E lascia che la risposta emerga da dentro.”

“Thank you, wise lovely girl!”

 

#SPOGLIARSI

Stamattina mi sono svegliata a pezzi. La congiuntivite mi impedisce di mettermi le lenti a contatto, ho perso due unghie dei piedi sui Pirenei e riesco solo a pensare ai sandali che non potrò più indossare quest’estate al mare con i piedi così rovinati. Osservo lo spazio della mente e sto per darmi addosso per la trivialità dei miei pensieri in un cammino spirituale, quando mi ricordo che spesso siamo gentili con gli altri, ma poi perdiamo le occasioni per essere gentili con il nostro cuore.

Ecco un’occasione per praticare la gentilezza, per non chiudermi, per non strattonarmi.

A pensarci bene, poi, il principio dell’impermanenza dovrebbe valere anche per le mie vesciche. Passeranno.

Mi torna in mente Kelly, un’altra delle tante donne meravigliose che ho conosciuto negli ultimi anni. Ci siamo incontrate in Toscana e poi mi ha ospitata nel suo ranch in Virginia, mentre viaggiavo negli USA. Una donna piena d’amore e di coraggio.

Un giorno mi ha raccontato una storia appresa in Giappone, la storia degli spirit protectors, tante piccole corazze che costruiamo attorno al nostro cuore nell’arco della vita, allo scopo di proteggerci, di non farci più male, di costruire la nostra identità, a volte così costruita che ci separa dal nostro vero sé.

Aprire il cuore “is a process of shaving”, significa spogliarsi poco alla volta e andare in profondità, arrivando all’essenza di chi siamo veramente. Significa lasciar cadere le maschere e le corazze.

E la tenerezza del nostro cuore, la nostra vera identità, sarà con noi per sempre, anche quando non avremo più le unghie, i capelli, i denti o il nostro lavoro.

Sorrido pensando che il mio cuore sarà sempre con me. Sono in buona compagnia.

Però, i sandali, che cavolo.. !

 

#SPIRITUALITÀ

Il Cammino di Santiago è costellato da bellissime, magnificenti chiese, che, indipendentemente dal nostro credo religioso, vale la pena visitare fosse solo per la loro straordinaria bellezza architettonica.

Oggi sono entrata in una di queste maestose e antiche opere d’arte, la Iglesia Nuestra Señora de la Asunción. E mi sono commossa per il senso di calore, di sacralità, di accoglienza e amore che mi ha trasmesso. Per tutti i pellegrini che avrà ospitato nel corso dei secoli.

È la stessa commozione che provo entrando in qualsiasi tempio, è lo stesso calore che sento ogni volta che entro davvero nel mio corpo.

Ho sentito con molta chiarezza che le religioni dividono, ma la spiritualità unisce e mi sono tornate in mente le parole di Maurizio, il priore che mi ha rilasciato la credencial: “Chi cerca sé stesso, trova Dio. Chi cerca Dio, trova sé stesso.”

 

#DISIMPARARE

Oggi è il mio anniversario di matrimonio e l’emozione predominante che attraversa il cuore è un senso di mancanza, incompletezza e nostalgia.

Ripenso a Federico, un bimbo di 6 anni che ho conosciuto a Genova durante un pomeriggio di mindfulness per bambini, e alla sua definizione di nostalgia. Esploravamo le emozioni difficili, quelle che facciamo fatica a gestire e che, quando si manifestano in tutta la loro intensità, ci portano via dal momento presente.

Tutti in cerchio, ognuno con la propria mind jar da riempire di brillantini colorati – un colore per ogni emozione – i bimbi iniziano a nominare la rabbia, la tristezza, la paura. Finché arriva Federico, con l’entusiasmo di chi deve dire la cosa più importante al mondo, e tira fuori la nostalgia.

Ho un momento di esitazione, io e Niccolò – che conduce con me il gruppo – ci guardiamo straniti e come per tutte le altre emozioni, chiedo a Federico di descriverci la nostalgia. E mentre con le manine va dritto sui brillantini blu e ne svuota mezzo barattolo (la nostalgia è un’emozione veramente difficile, meglio abbondare!), ci spiega che “è dolce e amara insieme, è quando sei triste per una cosa tanto bella che non c’è più”.

Sento che sto per commuovermi e riesco solo a chiedergli dove la sente, la nostalgia, nel corpo. Federico è ancora impegnato a svuotare il barattolino di brillantini blu e risponde con aria di ovvietà: “nella gola e nel petto”.

Ecco, cinque anni di letteratura portoghese all’università, da Camões a Pessoa a Saramago, passando per tutta la prosa e la poesia brasiliana, dissertando attorno alla parola saudade, e poi arriva Federico con l’innocenza dei suoi 6 anni a dare la miglior definizione di sempre.

Come ha scritto qualcuno “Ho avuto un’ottima istruzione. Ci sono voluti anni per liberarmene.”

Risvegliarsi al presente è anche il processo di disimparare. Non che quanto abbiamo appreso non sia stato utile e prezioso, ma possiamo coltivare anche un’altra forma d’intelligenza, più fresca e semplice, più genuina. Un’intelligenza che è sempre stata lì, a nostra disposizione. La nostra saggezza interiore.

Oggi onoro la mia nostalgia, senza respingere, né inseguire. Sto con quello che c’è. Cuore, gola. Nella mia mappa nelle emozioni, la nostalgia si trova proprio dove dimora quella di Federico.

 

#POSSO PRENDERLO COME UNA BUONA OCCASIONE?

Stasera ho guidato una pratica online, durante un incontro di mindfulness individuale. Sono contenta, ne sentivo la mancanza. È stato un incontro ricco e fertile, imparo sempre molto anche io quando guido gli altri.

Sono stanca, ma felice e vado a dormire con il cuore leggero, in punta di piedi, tra gli altri pellegrini. Stanno tutti già dormendo nell’albuergue e non appena mi stendo, mi accorgo di quanto russano forte alcune persone attorno a me.

No, stasera no, vi prego! Sono notti che non dormo e camminare ogni giorno per 35-40 km senza riposare sta diventando insostenibile.

Infilo i tappi nelle orecchie, mugugnando, ma non è sufficiente. Sono al concerto degli U2 a San Siro, vicino alle casse di amplificazione. Mi infilo una felpa col cappuccio, mi chiudo nel sacco a pelo, sento che quasi non respiro più e noto che nella mia mente è partita la storia, quella in cui elenco tutte le ragioni per cui sto subendo un torto, e IO ho il diritto di dormire, e IO sono stanca, e IO non mancherei mai di rispetto agli altri privandoli del sonno.

Sono quasi arrivata al punto del copione in cui salto giù dal letto, accendo le luci nel cuore della notte e faccio una sceneggiata, quando decido di portare l’attenzione al corpo e sento la contrazione e l’irrigidimento, che però non hanno a che fare direttamente con il rumore che mi disturba. Me li sto provocando da sola.

Mi osservo, contratta e incappucciata nel mio sarcofago-a-pelo, per fortuna mi strappo un sorriso da sola. E mi torna alla memoria la saggezza senza tempo di Pema Chödrön, nel suo meraviglioso libro “Practicing Peace”

Sento la “legittima indignazione” di cui parla, quella che ci porta all’irrigidimento e in un attimo la nostra visione si stringe, il cuore si chiude e saremmo pronti a scagliarci contro il prossimo, sentendoci nella ragione.

E mi ricordo che in ogni momento possiamo scegliere di non innaffiare i semi della rabbia e del risentimento, ma prendere tutto come un’occasione di pratica. Ho appena finito di dirlo durante il mio incontro one-on-one: la domanda che possiamo porci, rispetto a qualsiasi esperienza si presenti, è “posso prenderlo come una buona occasione?”

Capire che la situazione che ci disturba è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno è già di per sé un piccolo risveglio.

Apro la cerniera del sacco a pelo, sfilo la felpa, respiro. Russano ancora. Cerco di dormire. Come dice Corrado Pensa: non disturbate il rumore.

 

#NON È IL MIO CAMMINO

Non so se vi è mai capitato di avere a che fare con gli “esperti”. Sono quelli che non hanno mai un dubbio, e mentre voi procedete a passettini nella vostra esistenza, loro “avevano già capito tutto”.

Ne ho incontrati molti nel lavoro, ma anche il Cammino di Santiago ne è abbastanza popolato. Li troverete accanto a voi, al vostro passo, o anche da remoto, a contarvi quanti km percorrete, quante foto scattate, e “salta la Meseta”, e “no, il vero Cammino è la Meseta”..

La buona notizia è che anche – o soprattutto – questi incontri sono preziosi e ci offrono almeno tre importanti spunti su cui praticare:

  • NON IDENTIFICARSI. Qualsiasi cosa dicano gli esperti, non stanno parlando DI voi. Talvolta non parlano nemmeno CON voi. Occorre davvero non prenderla sul personale, ma accogliere con gratitudine qualsiasi contributo arrivi, se è utile per la propria crescita, e lasciare andare il resto. “Gustare la mela, gettando via il torsolo”.
  • PRATICARE LA GENTILEZZA. Siate gentili con loro, ma anche con voi stessi.
  • MENTE DEL PRINCIPIANTE. Coltivate la curiosità, concedetevi di non sapere, vivete ogni esperienza con una mente fresca, libera dai condizionamenti. Commettete errori. Non fate sempre la cosa giusta, men che meno se è la cosa giusta per gli altri. Sperimentate. Ascoltatevi. Insegna Suzuki Roshi: “Nella mente del principiante ci sono molte possibilità. In quella dell’esperto, poche.”

Quando siamo in connessione con noi stessi, non è difficile sentire qual è il cammino.

 

#ACCOGLIERE

La Meseta offre un paesaggio straordinario e surreale, una bellezza fuori dal tempo. Oggi ho percorso molti km e sono arrivata stanca, accaldata e affaticata a San Nicolás de Puente Fitero, dove c’è l’Hospital gestito dalla Confraternita di San Jacopo. Questo sarà per me uno dei luoghi più importanti di tutto il Cammino.

È un luogo talmente bello, con pochissimi posti, che chi lo conosce si affretta ad arrivarci per trascorrervi la notte. Io non lo so, e questo tratto di Cammino è così sorprendente che ci impiego una vita per arrivare, perdendomi tra papaveri e farfalle. Quando arrivo nel tardo pomeriggio gli hospitaleros mi accolgono con calore, benché non ci sia più un solo posto in cui dormire. Mi offrono dell’acqua fresca, mi aiutano a togliermi lo zaino e ad allentare un po’ le stringhe alle scarpe, perché ho le caviglie gonfie.

Mi dicono che sono terminati anche i posti a terra, ma se non ho problemi a dormire con chi russa, c’è un posticino nella loro stanza.

Mancano 3 km al prossimo paese e io capisco improvvisamente il significato della parola “percezione”. Resto. Mi sento accolta e amata e mi commuovo nel vedere il calore con cui questi due hospitaleros si dedicano alla lavanda dei piedi, baciando e lavando con cura i piedi di tutti i pellegrini presenti.

All’improvviso vedo tutto in una prospettiva più ampia e arriva l’insegnamento del giorno: accogliersi. Accogliersi è accettarsi con amore, così come siamo.

Desidero custodire bene quest’immagine, perché è con questo calore che voglio poter accogliere me stessa, nei giorni in cui busso stanca, ferita e confusa alle porte del mio cuore. Che l’autocritica e il rimprovero lascino spazio alla gentilezza. Se il mio cuore è pieno d’amore per l’Universo, ce n’è un po’ anche per me.

 

#PAUSA

Se dovessi scegliere un solo grande insegnamento che ho appreso negli ultimi anni, sarei certa che è quello di imparare a fermarsi.

Posso prendere una pausa anche dal Cammino, e fa parte del Cammino anche questo. Oggi mi fermo, rallento, riposo. Me lo chiede il corpo.

Mi fermo e sento la spaziosità interiore, non c’è più un affollamento di pensieri, solo le sensazioni fisiche.

È il momento di praticare con coraggio un Body Scan, lo faccio lasciandomi guidare da una delle mie voci preferite, quella di Bob Stahl. È una voce che viene dal cuore.

Al “welcome to the body scan” sto già piangendo. Non so se supero i piedi.

Mi ammonisco di non anticipare e resto nel corpo, che non ricordo di aver mai sentito con così tanta intensità. Sono viva, sono intera. Piango di gioia.

Sì, bisogna imparare a fermarsi e a rallentare. Rallentare le conversazioni, rallentare il respiro, rallentare il passo.

Scorgo un cartello in un cortile, c’è scritto su “Life moves pretty fast. If you don’t stop and look around once in a while, you could miss it!”

Mi godo il tramonto a Burgos e questo ritmo lento che mi arricchisce. Niente stress da pellegrini, stasera solo tapas e consapevolezza.

 

#EQUANIMITÀ

L’uscita dalle grandi città è sempre il tratto più difficile, alcuni km si percorrono costeggiando le autostrade, c’è rumore e occorre prestare molta attenzione alla segnaletica. Mi sento insofferente, vorrei essere ancora immersa nel silenzio della Meseta, sentire la carezza del vento sulle spighe e il mio respiro. Oppure già in un altro luogo. Non qui.

Sento un po’ di malumore e mi sembra di non capire il perché. Mi fermo un attimo e osservo cosa sta succedendo. Mi sembra di riconoscere dell’attaccamento alle sensazioni piacevoli dei giorni scorsi, e il desiderio che le cose siano diverse da come sono.

Mi ricordo di una delle parole più importanti che ho appreso attraverso la pratica: equanimità, la capacità di accogliere con la stessa curiosa apertura tutto quello che c’è, senza essere governati dalle preferenze.

E sorrido ripensando ad una frase letta da qualche parte in rete: “Life is like a book. Skip to the good part!”. Che dire? Good luck!

Nella vita non si possono saltare le pagine che non ci piacciono, ma possiamo imparare a viverle con coraggio e presenza.

 

Pratica del giorno: riportate alla memoria un momento difficile che avete vissuto in passato. Quando è vivido nella vostra mente, provate a chiedervi:

  • c’è stato qualcosa che ha aumentato o peggiorato il senso di sofferenza?
  • cosa avrebbe potuto alleviare un po’ la vostra sofferenza?

Talvolta non possiamo cambiare le circostanze, ma possiamo sempre cambiare il nostro modo di rispondere alla vita.

 

#LASCIARE ANDARE

Dal mio zaino di viaggio ideale vorrei sicuramente scaricare tutti i pesi inutili, per tenere solo ciò che ho di leggero, utile e importante, e lasciare tanto posto alle cose nuove che sicuramente verranno: così dovrei fare anche con me stesso.

Scelgo quindi di portare con me la prudenza, ma non le paure.

L’apertura mentale, non il pregiudizio.

L’entusiasmo, ma non le illusioni.

Il coraggio, non l’incoscienza.

Porto sicuramente i desideri, la passione e tutti i miei sogni, ma lascio i pesi del passato a casa.

Le mie convinzioni, le mie idee e i miei progetti, non le aspettative altrui.

Il silenzio, non il rumore.

L’amore, non la diffidenza.

Ecco, se la vita è un viaggio, allora è decisamente meglio viaggiare leggeri, voi non trovate?

~ Francesco Grandis, Sulla Strada Giusta

 

C’è un prezioso insegnamento che in questo viaggio è molto evidente: la capacità che tutti abbiamo di “lasciare andare”.

Percorrendo numerosi km a piedi, con lo zaino sulle spalle, è necessario essere leggeri ed avere con sé solo l’indispensabile perché ogni grammo pesa ed appesantisce il Cammino.

Lungo la strada, poco alla volta, si impara a lasciare andare quello che non serve, ciò che è superfluo, ciò che – per quanto utile o per quanto ci siamo affezionati – è semplicemente pesante.

La pratica di oggi allora è questa: osservatevi nel Cammino delle vostre vite e notate cosa appesantisce il vostro bagaglio, quale fardello state portando con voi da tempo, un oggetto, un rancore, un’emozione difficile, un giudizio, un’aspettativa, un’idea di voi.

E sentite se è arrivato il momento di lasciare andare.

 

#BUEN CAMINO!

Oggi è l’ultimo giorno. Ho raggiunto Santiago ed ho deciso di proseguire, fino a respirare la brezza dell’oceano.

Il paesaggio è meraviglioso e mi dà la conferma che quando pensiamo di essere arrivati.. the best is yet to come!

Ho la sensazione che qui finisce e inizia il mio Cammino, e che parte di ciò che ho appreso dovrà ancora rivelarsi.

Porto con me il ricordo dei luoghi e delle persone incredibili che ho incontrato – sarebbe impossibile citarle tutte, ma loro sanno di essere nel mio cuore e da ognuna di loro ho imparato qualcosa di prezioso.

Porto con me il calore di un augurio che mi hanno rivolto tutte le persone che ho incrociato, e che forse potremmo ripetere più spesso a nostra volta a tutti coloro che percorrono la loro strada: Buen Camino!

Valentina Giordano

Mindfulness & MBSR Teacher del Center for Mindfulness della University of Massachusetts Medical School, Valentina pratica e insegna con entusiasmo rivolgendosi ad adulti, bambini, adolescenti, scuole e aziende. Da questa passione nasce il suo progetto di mindfulness www.goasariver.com.

2 Comments
  • Fabrizio Ruoti
    Rispondi

    Ho aperto per la prima volta oggi il tuo sito.
    Complimenti per tutto, Veramente ben fatto, semplice, intuitivo e di facile lettura (di questi tempi è cosa rara). Naturalmente ho apprezzato in particolare modo le tue Meditazioni sul Camino. In Spagna ho conosciuto una persona valida, Peccato che sia l’incontro sia stato troppo breve, Mi sembrava di aver colto nella tua storia qualcosa di particolare e, dopo aver visitato il tuo sito, mi sto dando ragione.
    Ti auguro, per ora, solo un semplice Buen Camino,
    a presto
    FAB

    Agosto 16, 2016 at 1:43 pm

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