NEL TUO GIORNO

Essere completamente vivi, completamente umani e completamente risvegliati significa essere continuamente buttati fuori dal nido. Vivere completamente significa essere sempre nella terra di nessuno, vivere ciascun momento come qualcosa di completamente nuovo e fresco. Vivere significa essere pronti a morire in continuazione.

~ Pema Chödrön

C’è un posto bellissimo in cui vedere il tramonto a San Diego, lungo le coste della California. Si chiama Sunset Cliffs e le scogliere si affacciano a picco sull’oceano per un paio di miglia, creando un’energia surreale. Alcuni ragazzi, nelle sere d’estate, prendono la rincorsa sulle rocce sabbiose e si tuffano nelle acque sempre fredde del Pacifico, mentre i passanti col fiato sospeso aspettano di vederli tornare a galla tra le onde.

Ricordo di aver pensato a Sunset Cliffs il giorno in cui, uscendo dall’incontro con il mio Maestro, ho attraversato il cortile del Centro Zen tra i jacarandà in fiore, per andarmi a sedere in meditazione sul tappetino. Ero in uno stato confusionale, il mio insegnante mi aveva appena messo le mani addosso.

Ho avuto un attacco di panico. Per qualche secondo – o forse per un’eternità – mi è sembrato di non riuscire più a respirare. Si è stretta la gola, il cuore sembrava schizzarmi fuori dal petto, avevo freddo e sentivo allo stesso tempo una fiamma di calore nel corpo, mentre riuscivo solo a pensare di tuffarmi dalla scogliera più alta e non riemergere mai più.

E invece mi sono tolta le scarpe, ho fatto un inchino entrando nella sala silenziosa e sono andata a sedermi in meditazione, ferma come un sasso, seguendo una delle indicazioni più comuni nello Zen, che ho appreso negli anni: avete la pazienza di aspettare che il fango si depositi?

Non so dire se ho avuto davvero pazienza. Posso dire con certezza di aver mantenuto lucidità, mentre nell’ultimo anno e mezzo mi sono data il permesso di provare, una ad una, tutte le sfumature dell’angoscia, del dolore e della disperazione, della vergogna e della tristezza, del senso di perdita e di sfiducia, e poi del coraggio, della solitudine, della responsabilità di prendermi cura di me e di tutte le donne, passate e future, che passano per il trauma di un abuso.

È la lucidità, credo, che mi ha permesso di mantenere un cuore caldo, vulnerabile e pronto a tutto, mentre ho iniziato a vedere con più chiarezza dentro me stessa e a trovare il coraggio di fare ciò che andava fatto.

È un modo inusuale, forse, di arrivare alla fine dell’anno e prepararmi ad accogliere il nuovo. Eppure, imparando a convivere un giorno dopo l’altro con ciò che è inaccettabile e paradossale, ho scoperto ancora una volta che c’è un tempo in cui lasciar essere e un tempo in cui lasciar andare. E io, proprio oggi, voglio condividere qualcosa di così intimo con voi, mentre lo lascio andare, perché possiate coltivare il coraggio e, chissà, imparare dai miei errori.

IL CORAGGIO DI ANDARE IN PEZZI

Per molti di noi, i momenti più difficili sono quelli che ci procuriamo da soli.

Quando ripenso all’attimo in cui ho sentito davvero il cuore andare in pezzi, mi torna alla memoria il momento in cui uscendo da quella stanza, quel giorno di Aprile, ho visto mio marito che aspettava il suo turno per entrare a colloquio dall’insegnante. Era arrivato da poco per festeggiare insieme il mio compleanno in California. Da quel momento, dentro di me, è seguita una spirale di colpa, biasimo, vergogna e auto-aggressione che è andata avanti diverso tempo, mentre ricevevo da lui e poi dai miei cari più amore di quanto fossi capace di dare a me stessa. Tra tutti gli insegnamenti che custodirò sempre nel cuore, ce n’è uno che è alla base dell’umiltà: noi insegniamo quello che abbiamo bisogno di imparare. Umiltà significa essere disposti a notare come in condizioni di sofferenza tutti i nostri vecchi pattern tornano a galla, non importa quanta strada abbiamo fatto.

Se qualcuno arriva e lancia una freccia nel tuo cuore, è inutile stare lì a urlare contro quella persona. Sarebbe molto meglio rivolgere la tua attenzione al fatto che c’è una freccia nel tuo cuore. 

La strada percorsa, tuttavia, è importante e sarebbe un grave errore sottovalutarlo. Nel mezzo di un evento così traumatico in cui, per la prima volta nella mia vita, mi sono sentita davvero disorientata, confusa, tradita, persa, tutta la pratica che ho coltivato negli anni – senza che me ne rendessi conto – mi ha aiutata ad avere fiducia, pazienza e lucidità per comprendere di cosa avessi bisogno e poter chiedere aiuto. Soprattutto, ha permesso che un potenziale inaspettato di gentilezza verso me stessa emergesse, facendo dissolvere le voci dell’autocritica, della vergogna e del dubbio personale. La psicoterapia, poi, ha fatto il resto (permettendomi, tra le altre cose, di comprendere che quando ad abusarti è una persona di fiducia, la reazione automatica più comune è proprio il congelamento). Il punto è prendersi cura e ricordare che essere vulnerabili, per quanto ci spaventi, è necessario per entrare in contatto con la nostra parte più autentica, e che il dolore permette di crescere, se siamo disposti ad accoglierlo e a lavorare su noi stessi. C’è qualcosa di straordinario e liberatorio nel cambiare il copione di vita in cui siamo bloccati, perché cambiando atteggiamento nei confronti della vita è come se cambiassimo il suo corso.

Ho imparato l’arte di andare in pezzi e la meraviglia di poter ricomporre me stessa e la mia pratica come si fa con il kintsugi, l’arte giapponese di ricostruire quanto si è rotto mostrando le fratture – impreziosite con l’oro, anziché coperte. Ho riscoperto l’umiltà. 

L’AZIONE SAGGIA

Non partiamo con l’idea di salvare il mondo; partiamo con l’idea di chiederci come stiano gli altri e riflettere su come le nostre azioni abbiano un impatto sui loro cuori. 

Arriva un momento, nella sofferenza, in cui prendi coscienza del fatto che non si tratta più del “tuo dolore”, ma senti un senso di responsabilità più alto che ti porta a desiderare che tutto il male di cui hai fatto esperienza possa bastare, e che questo circolo di dolore debba finire con te. È stato il momento in cui ho smesso di sentirmi speciale nel “mio dramma”, e ho aperto la visuale sugli altri, scoprendo di non essere l’unica. Non è stato un processo facile, ma nel momento in cui ho deciso di denunciare – sebbene sia andata incontro a una seconda ondata di dolore, resistenza e difficoltà – mi è tornato in dono qualcosa di meraviglioso e inaspettato: il sentimento della sorellanza. Ho sperimentato tutta la bellezza di sostenere altre donne ed essere sostenuta. Ho incoraggiato e sono stata incoraggiata. Ho incontrato donne straordinarie che mi sono state accanto con la loro presenza, l’ascolto, la loro forza. 

Noi pensiamo che il punto sia superare la prova o superare il problema, ma la verità è che le cose non si risolvono per davvero. Si riuniscono e poi cadono a pezzi. Funziona così. La guarigione arriva quando si lascia lo spazio perché tutto ciò accada: spazio per il dolore, il sollievo, la sofferenza, la gioia. 

C’è una pratica alla base dell’azione saggia, che ha a che vedere con la motivazione. Non è sempre facile, ma è molto semplice: basta chiedersi che cosa ci spinge a compiere le nostre azioni, e poi prendersi la responsabilità di fare ciò che va fatto. Responsabilità significa scegliere (e quando scegliamo perdiamo sempre qualcosa), restare in ascolto di se stessi, connettersi con la propria verità e avere il coraggio di dirla, anche se ti trema la voce. Significa sentire tutto il dolore, senza avere fretta di liberarsene. Imparare a stare.

Quest’esperienza è stata una lunga pratica di pazienza, ma anche di coraggio, in cui – tra le altre cose – ho sperimentato l’inferno che deve attraversare una donna che denuncia un abuso, senza essere creduta, specialmente negli ambienti spirituali.

Mi è stato utile ricordarmi, per tutto questo tempo, quale fosse la mia motivazione: interrompere un ciclo di sofferenza. E poi, ricordarmi ogni giorno una frase letta nell’I Ching: nel tuo giorno, verrai creduto.

L’ARTE DELLA TRASFORMAZIONE

Niente si esaurisce finché non ci ha insegnato tutto quello che avevamo bisogno di imparare.

Si dice che il pavone sia in grado di cibarsi di serpenti velenosi, assorbendone il veleno e trasformandolo nel colore vivace del suo piumaggio. Imparare a coltivare l’arte della trasformazione nella vita significa crescere in resilienza, riconoscere il veleno, le difficoltà, l’indesiderato come un dono, sviluppando la consapevolezza come via per la trasformazione. Non so se ho imparato tutto quello che avevo bisogno di imparare, ma qualche lezione me la porto a casa. Tra queste, la prima è che il perdono è un processo intimo e che richiede tempo e che la prima forma di compassione a cui possiamo aprire il cuore è quella verso il nostro dolore. Tutto il resto è una forzatura, che porta facilmente al by-pass spirituale, in cui crediamo di poter perdonare senza aver prima sperimentato tutta la rabbia, la tristezza e la delusione.

La seconda grande lezione, poi, è quella di non aver paura di allontanarsi da qualcosa di bello, se non ci fa stare bene, e avere il coraggio di abbandonare la tavola se il rispetto non è più servito

La terza, infine, ha a che vedere con l’ombra, con la capacità di vederla e di accettarla come parte della realtà, perché vivere di illusione è molto più pericoloso che vedere le cose così come sono. Quando siamo disposti ad accogliere l’ombra, diventa più semplice comprendere che si può provare rabbia insieme alla gratitudine, che uno può essere allo stesso tempo un insegnante con dei doni eccezionali, e un uomo con dei grandi limiti e che alla crescita spirituale non corrisponde sempre anche una crescita psicologica.

Se impariamo ad aprire i nostri cuori, chiunque, anche chi ci fa impazzire, può diventare il nostro insegnante.

Non è sempre facile raccontare e condividere il dolore, ma oggi ho pensato di farlo perché – non importa dove vi trovate in questo momento nella vostra pratica – vorrei ricordarvi che potete ricominciare proprio ora. Nella mia esperienza di meditante e, insieme, di insegnante posso dirvi che la mindfulness ha arricchito la mia vita (e quella di molti) in ampiezza e in profondità, e senza un cammino personale non sarei mai stata in grado di riparare le ferite con l’oro, né di trasformare le difficoltà in splendide occasioni di crescita. Shakespeare diceva: “La maturità è tutto. Avresti potuto scegliere di maturare in modo meno drammatico o pericoloso, ma puoi comunque assaporare la maturità.”

Buona transizione verso il 2020 e buona pratica!

Valentina Giordano

Mindfulness & MBSR Teacher del Center for Mindfulness della University of Massachusetts Medical School, Valentina pratica e insegna con entusiasmo rivolgendosi ad adulti, bambini, adolescenti, scuole e aziende. Conduce ciclicamente il programma MBSR per la riduzione dello stress, ha una rubrica sulla 27esimaora del Corriere della Sera ed è autrice per Sperling & Kupfer del libro di mindfulness “I GENITORI PERFETTI NON ESISTONO”.

2 Comments
  • Eliana Bruna
    Rispondi

    Ho letto con partecipazione ed emozione le tue parole, l’unica cosa che sento di dirti è grazie! Mi sono riconosciuta nel dolore, nell’angoscia e nello smarrimento perché, se per altri motivi, anche io ho provato le stesse cose nel corso della mia vita e ho capito che non sono una condanna ma una via attraverso le quali crescere e poi diventano strumenti per il mio lavoro di psicoterapeuta. Proprio come nel Kintsugi, le nostre ferite sono ciò che ci rende persone, e professioniste, speciali, sono ciò che ci permette di far passare la luce.. grazie Valentina, c’è bisogno di donne come
    Te. Buon 2020, Eliana.

    Dicembre 31, 2019at6:30 am

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