RACCONTARSELA - Go as a river
Al cuore di ogni lavoro interiore c’è la capacità di osservare noi stessi con onestà e gentilezza, senza alimentare la compulsione a giudicarci e uno degli aspetti più interessanti è la disponibilità a osservare le storie che ci raccontiamo e con cui finiamo per identificarci.
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RACCONTARSELA

Ci raccontiamo storie per poter vivere.

~ Joan Didion

 

 

Alcune settimane fa, mentre conducevo un workshop, ho deciso di condividere con i partecipanti una domanda ben precisa che un paio di anni fa mi rivolse un mio insegnante in America al termine di una giornata di pratica.

 

La domanda era questa: quali sono le storie che ancora mi racconto?

 

Partiamo dal fatto che la maggior parte di noi, per la maggior parte del tempo, vive in uno stato di inconsapevolezza – e che questo è il motivo per cui ci troviamo così spesso bloccati in comportamenti e pensieri ripetitivi.

 

Al cuore di ogni lavoro interiore – che è il cammino necessario per imparare a vivere pienamente e con un maggior senso di presenza e connessione – c’è la capacità di osservare noi stessi con onestà e gentilezza, senza alimentare la compulsione a giudicarci.

 

Ora, uno degli aspetti che trovo più interessanti è la disponibilità a osservare le storie che ci raccontiamo. Certo, occorre aver coltivato una chiara visione, perché altrimenti queste narrazioni non solo ci sfuggono, ma possiamo addirittura sovrapporle alla realtà, finendo per identificarci con i nostri racconti.

 

Tuttavia la chiara visione, da sola, non basta: occorre anche quell’onestà necessaria a comprendere che, per quanto appassionanti, le storie che ci raccontiamo limitano la possibilità di vivere con una mente e un cuore risvegliati e, in ultima analisi, ostacolano la nostra crescita interiore.

 

Il pericolo reale si presenta poi quando, tessendo una storia dopo l’altra, ci allontaniamo così tanto dalla realtà, da noi stessi e dalle cose come sono da perdere di vista il fatto che – mentre andiamo avanti a raccontare a noi stessi e al mondo la nostra “verità” – stiamo semplicemente alimentando le nostre opinioni.

 

Un esempio. Avevo un’amica molto cara che si raccontava una storia meravigliosa su quanto fosse propensa ad aiutare gli altri. Spendeva tante energie a organizzare questo e quello e a mettere ordine, ma mentre faceva di tutto per tenere in piedi il racconto sulla generosità, non riusciva a vedere chiaramente il desiderio di controllo che accompagnava ogni sua azione e le paure radicate che ne stavano alla base.

 

Il giorno in cui ho rifiutato l’ennesimo tentativo di “aiuto” – che implicava la rinuncia a una grossa fetta della mia libertà professionale – la storia della generosità ha iniziato a vacillare così forte, tanto da crollare assieme alla nostra amicizia.

 

Ora, il punto è che queste narrazioni hanno radici così profonde che spesso è difficile vederle chiaramente per quello che sono e per quanto si possa essere evoluti, pur di non perdere un pezzo della nostra identità e iniziare a guardare davvero nel nostro cuore, facciamo di tutto per tenerle in piedi. Se necessario, ricamandoci attorno altre storie in un crescendo dove non riusciamo più a fermarci e fare un passo indietro. Finché la storia non si ripete con qualcun altro.

 

E questo fa sì che al racconto sulla generosità, ad esempio, faccia seguito la svalutazione e poi il perdono, seguito dalla storia sull’irriconoscenza, l’ingratitudine e l’aggressività degli altri, la nostra compassione e così via. Senza una pausa in cui chiederci che cosa temiamo tanto e cosa vogliamo davvero controllare.

 

Il problema è che le storie che ci raccontiamo non sono semplicemente ingenue, ma il più delle volte generano sofferenza in noi e al di fuori di noi – specialmente quando si intersecano con le storie degli altri. E, di nuovo, per quanto noi si lavori sulla consapevolezza a volte le radici sono così profonde che l’unica cosa che possiamo fare è prenderne atto.

 

Me ne sono accorta, con un sorriso, mentre conducevo il workshop e ho portato con me lo stesso foglio di carta su cui avevo risposto in America un paio di anni fa alla domanda del mio insegnante.

 

Quali sono le storie che ancora mi racconto? Che la vita e le persone non dovrebbero mai deludermi e che se sono perfetta, allora potrò essere amata.

 

Vi auguro di imparare a sorridere alle vostre storie. Forse passeranno gli anni e continuerete a raccontarvele, ma per il fatto stesso di vederle chiaramente non avranno più la stessa presa.

 

Buona pratica!

 

Valentina Giordano

Mindfulness & MBSR Teacher del Center for Mindfulness della University of Massachusetts Medical School, Valentina pratica e insegna con entusiasmo rivolgendosi ad adulti, bambini, adolescenti, scuole e aziende. Da questa passione nasce il suo progetto di mindfulness www.goasariver.com.

2 Comments
  • Grazie Valentina, post meraviglioso!!! per me illuminante, soprattutto in questo periodo, in cui ho smesso di raccontarmi alcune storie e ho scelto di vivere la vita in tutta la sua profondità mollando la mia storia sulla perfezione…Marta

    Giugno 8, 2018 at 7:49 am

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